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In frantumi (2020), olio su tela, 150x100 cm - 

Giugno 2020. Gli Stati Uniti sono infiammati da ondate di violenza in risposta agli abusi delle forze dell’ordine su cittadini afroamericani. La violenza della folla si accanisce su tutto e tutti, ciecamente, mietendo anche vittime innocenti.  Questo scenario di tumulti e guerriglia mi ha portato a riflettere sulla condizione di chi è portato a sentirsi diverso, talora inferiore, per via di un mero dato biologico che si ripercuote sulla qualità della vita, sulle possibilità di inserimento nella società, sui sogni e progetti di sviluppo personale e lavorativo. Il senso di oppressione e peso che ne deriva mi ha portato a scegliere una rappresentazione visiva in cui il movimento sia palesemente impedito, bloccato sotto al peso di una gran massa di neve. Attraverso una vetrina quasi infranta dai tumulti, una scena di triste immobilità: come sepolti da una valanga, solo le teste dei manichini emergono dalla neve, metafora visiva dei sogni tarpati di molte persone che si trovano costrette a rinunciarvi a causa del colore della propria pelle.
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In frantumi (2020), olio su tela, 150x100 cm


Giugno 2020. Gli Stati Uniti sono infiammati da ondate di violenza in risposta agli abusi delle forze dell’ordine su cittadini afroamericani. La violenza della folla si accanisce su tutto e tutti, ciecamente, mietendo anche vittime innocenti. Questo scenario di tumulti e guerriglia mi ha portato a riflettere sulla condizione di chi è portato a sentirsi diverso, talora inferiore, per via di un mero dato biologico che si ripercuote sulla qualità della vita, sulle possibilità di inserimento nella società, sui sogni e progetti di sviluppo personale e lavorativo. Il senso di oppressione e peso che ne deriva mi ha portato a scegliere una rappresentazione visiva in cui il movimento sia palesemente impedito, bloccato sotto al peso di una gran massa di neve. Attraverso una vetrina quasi infranta dai tumulti, una scena di triste immobilità: come sepolti da una valanga, solo le teste dei manichini emergono dalla neve, metafora visiva dei sogni tarpati di molte persone che si trovano costrette a rinunciarvi a causa del colore della propria pelle.
Quarantena (2020), olio su tela, 100x100 cm - 

Prigionieri in casa propria, le mura si trasformano e la fantasia vola verso scenari d'evasione. 
Ho realizzato questo lavoro spinta dal bisogno di manifestare il mio disagio e il senso di impotenza nei riguardi dell’attuale situazione di emergenza sanitaria in un modo che non andasse a danneggiare coloro che si trovano con me a “scontare” la quarantena in uno spazio ristretto. Trovandomi al quinto piano di un palazzo circondato da altri palazzoni su tutti i lati, non è stato per me fonte di ispirazione né tanto meno di sollievo il poter guardare fuori dalla finestra, anzi ha contribuito ad aumentare la sensazione di claustrofobia e mancanza d’aria. Allora ho immaginato un luogo alternativo, in cui - sebbene io sia sempre rinchiusa - sembra che sia il mondo fuori a penetrare lo spazio interno angusto e ostile: la luce accecante che proviene dalla finestra sulla sinistra, la sabbia che inonda il pavimento e le tinte di un cielo al tramonto che si distendono sulle pareti nude indicano una presa di possesso dello spazio da parte della Natura, così vicina in linea d'aria eppure così distante dalla nostra gabbia architettonica di cemento. Gli elementi sulla destra sono un manichino e due torpedo, attrezzi che si utilizzano nelle gare di nuoto per salvamento che è lo sport che pratico abitualmente e di cui - come tutti gli agonisti - sento una forte mancanza. Trovo che la dimensione del salvataggio, della possibilità di impegnarsi per salvare sé stessi e gli altri, o dell’essere tratti in salvo se ormai non si riesce più a proseguire con le proprie forze, sia particolarmente adatta a questo momento di grande difficoltà. Con questo dipinto ho voluto anche esternare un insieme di tristezza, rammarico, vergogna e dispiacere che derivano dal senso di inutilità che provo, per me tanto più pesante perché prima di intraprendere gli studi artistici avevo ottenuto una laurea in Infermieristica - pur non avendo mai praticato in seguito.
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Quarantena (2020), olio su tela, 100x100 cm


Prigionieri in casa propria, le mura si trasformano e la fantasia vola verso scenari d'evasione.
Ho realizzato questo lavoro spinta dal bisogno di manifestare il mio disagio e il senso di impotenza nei riguardi dell’attuale situazione di emergenza sanitaria in un modo che non andasse a danneggiare coloro che si trovano con me a “scontare” la quarantena in uno spazio ristretto. Trovandomi al quinto piano di un palazzo circondato da altri palazzoni su tutti i lati, non è stato per me fonte di ispirazione né tanto meno di sollievo il poter guardare fuori dalla finestra, anzi ha contribuito ad aumentare la sensazione di claustrofobia e mancanza d’aria. Allora ho immaginato un luogo alternativo, in cui - sebbene io sia sempre rinchiusa - sembra che sia il mondo fuori a penetrare lo spazio interno angusto e ostile: la luce accecante che proviene dalla finestra sulla sinistra, la sabbia che inonda il pavimento e le tinte di un cielo al tramonto che si distendono sulle pareti nude indicano una presa di possesso dello spazio da parte della Natura, così vicina in linea d'aria eppure così distante dalla nostra gabbia architettonica di cemento. Gli elementi sulla destra sono un manichino e due torpedo, attrezzi che si utilizzano nelle gare di nuoto per salvamento che è lo sport che pratico abitualmente e di cui - come tutti gli agonisti - sento una forte mancanza. Trovo che la dimensione del salvataggio, della possibilità di impegnarsi per salvare sé stessi e gli altri, o dell’essere tratti in salvo se ormai non si riesce più a proseguire con le proprie forze, sia particolarmente adatta a questo momento di grande difficoltà. Con questo dipinto ho voluto anche esternare un insieme di tristezza, rammarico, vergogna e dispiacere che derivano dal senso di inutilità che provo, per me tanto più pesante perché prima di intraprendere gli studi artistici avevo ottenuto una laurea in Infermieristica - pur non avendo mai praticato in seguito.

Amore (2020), olio su tela di iuta, 111x150 cm - 

Mentre fuori tutto sembra implodere e andare in frantumi, nel profondo ciascuno cerca di mantenere al sicuro il bisogno di socialità e di affetto, il ricordo di quando tutto era più semplice e ci si poteva abbracciare e tenere per mano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Quella normalità data per scontata che si è rivelata fragile e preziosa è ora contenuta in edifici abbandonati - vestigia di ciò che fu e in continuo mutamento sotto l'azione del tempo - adagiati sul fondo di una piscina. L'acqua ovatta i suoni, ammorbidisce le forme, rallenta i movimenti, da l'impressione che spazio e tempo non esistano più: la scena è come pietrificata in quello che era ma pronta a evolvere verso quello che sarà una volta abbattuti i muri.   
Amore è parte di un progetto nato dall'esigenza di mantenere presenti i legami anche durante i mesi di quarantena, che hanno messo a dura prova l'esistenza di tutti perché l'uomo è un essere sociale che ritengo possa trarre dagli altri le gioie più grandi anche durante la pandemia e nel mondo che questa si lascerà alle spalle.
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Amore (2020), olio su tela di iuta, 111x150 cm


Mentre fuori tutto sembra implodere e andare in frantumi, nel profondo ciascuno cerca di mantenere al sicuro il bisogno di socialità e di affetto, il ricordo di quando tutto era più semplice e ci si poteva abbracciare e tenere per mano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Quella normalità data per scontata che si è rivelata fragile e preziosa è ora contenuta in edifici abbandonati - vestigia di ciò che fu e in continuo mutamento sotto l'azione del tempo - adagiati sul fondo di una piscina. L'acqua ovatta i suoni, ammorbidisce le forme, rallenta i movimenti, da l'impressione che spazio e tempo non esistano più: la scena è come pietrificata in quello che era ma pronta a evolvere verso quello che sarà una volta abbattuti i muri.
Amore è parte di un progetto nato dall'esigenza di mantenere presenti i legami anche durante i mesi di quarantena, che hanno messo a dura prova l'esistenza di tutti perché l'uomo è un essere sociale che ritengo possa trarre dagli altri le gioie più grandi anche durante la pandemia e nel mondo che questa si lascerà alle spalle.

Sessualità (2020), olio su tela di iuta, 111x150 cm - 

Questo lavoro è parte di un discorso più ampio sugli stereotipi culturali del nostro tempo. Temi come l'amore e la sessualità sono stati usati e abusati in ogni contesto e per i fini più disparati; quello che si può notare è che nella grande maggioranza dei casi si tratta di strumentalizzazioni connotate da una nota di fondo positiva che mira a far riconoscere il pubblico nel modello ideale proposto. E' proprio contro questa omologazione delle esperienze e dei valori che si colloca il mio lavoro: una tela dalle tinte allarmanti, che evoca con forme e colori un'atmosfera di oppressione e senso di minaccia. E' una visione in contrasto con l'idea della sessualità come unità inscindibile e sogno ad occhi aperti che l'immaginario collettivo propone alle giovani di oggi attraverso i film, i romanzi e la musica. Per alcune la fiaba non si rivela tale, e oltre al dolore fisico c'è anche un altro tipo di sofferenza più subdola legata al fatto di percepirsi inadeguate e diverse perché "incapaci" di vivere l'esperienza così come lo stereotipo culturale la dipinge.
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Sessualità (2020), olio su tela di iuta, 111x150 cm


Questo lavoro è parte di un discorso più ampio sugli stereotipi culturali del nostro tempo. Temi come l'amore e la sessualità sono stati usati e abusati in ogni contesto e per i fini più disparati; quello che si può notare è che nella grande maggioranza dei casi si tratta di strumentalizzazioni connotate da una nota di fondo positiva che mira a far riconoscere il pubblico nel modello ideale proposto. E' proprio contro questa omologazione delle esperienze e dei valori che si colloca il mio lavoro: una tela dalle tinte allarmanti, che evoca con forme e colori un'atmosfera di oppressione e senso di minaccia. E' una visione in contrasto con l'idea della sessualità come unità inscindibile e sogno ad occhi aperti che l'immaginario collettivo propone alle giovani di oggi attraverso i film, i romanzi e la musica. Per alcune la fiaba non si rivela tale, e oltre al dolore fisico c'è anche un altro tipo di sofferenza più subdola legata al fatto di percepirsi inadeguate e diverse perché "incapaci" di vivere l'esperienza così come lo stereotipo culturale la dipinge.
Buio e luce (2019), olio su tela, 120x100 cm - 

Questo lavoro è nato come occasione per sviluppare il tema della mente e della prigionia all’interno di se stessi. Mi sono riallacciata a due lavori eseguiti nel 2018 in cui le scene erano inserite in edifici abbandonati che mi avevano offerto un ottimo spunto per lavorare sui piani e sulle luci, e in cui le aperture di porte e finestre parevano quasi portali per altri mondi. “Buio e luce” riprende da vicino questi elementi ma raddoppia le dimensioni, per accentuare l’effetto di immersione nell’ambiente, quasi di caduta dell’osservatore nel dipinto. La modella è rappresentata in piedi nell’atto di portarsi le mani alla testa, in un gesto di estrema disperazione. Si trova in un ambiente spoglio dai muri scrostati, esattamente a metà tra due porte di cui quella di destra è illuminata dalla luce del sole mentre l’altra è buia. Le porte rappresentano l’eterna lotta tra gli opposti: bene e male, sanità e malattia, sicurezza e pericolo; lei, al centro, si trova come prigioniera nello scontro tra pulsioni contraddittorie. E’ dilaniata perché quando la guerra è dentro di noi non c’è un nemico ‘altro’ da distruggere, ed è molto difficile e doloroso scendere a patti col fatto che alcune parti di noi non saranno mai pienamente sotto il nostro controllo.
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Buio e luce (2019), olio su tela, 120x100 cm


Questo lavoro è nato come occasione per sviluppare il tema della mente e della prigionia all’interno di se stessi. Mi sono riallacciata a due lavori eseguiti nel 2018 in cui le scene erano inserite in edifici abbandonati che mi avevano offerto un ottimo spunto per lavorare sui piani e sulle luci, e in cui le aperture di porte e finestre parevano quasi portali per altri mondi. “Buio e luce” riprende da vicino questi elementi ma raddoppia le dimensioni, per accentuare l’effetto di immersione nell’ambiente, quasi di caduta dell’osservatore nel dipinto. La modella è rappresentata in piedi nell’atto di portarsi le mani alla testa, in un gesto di estrema disperazione. Si trova in un ambiente spoglio dai muri scrostati, esattamente a metà tra due porte di cui quella di destra è illuminata dalla luce del sole mentre l’altra è buia. Le porte rappresentano l’eterna lotta tra gli opposti: bene e male, sanità e malattia, sicurezza e pericolo; lei, al centro, si trova come prigioniera nello scontro tra pulsioni contraddittorie. E’ dilaniata perché quando la guerra è dentro di noi non c’è un nemico ‘altro’ da distruggere, ed è molto difficile e doloroso scendere a patti col fatto che alcune parti di noi non saranno mai pienamente sotto il nostro controllo.
Attrazione fatale (2019), olio su tela, 5 pannelli 30x30 cm - 

Attrazione Fatale è un lavoro che nasce dalla riflessione sul tema della passione affrontato durante il corso di Metodi e tecniche per la pittura sacra contemporanea. Si compone di cinque piccole tele quadrate pensate per essere disposte una accanto all’altra secondo un ordine preciso, in cui è possibile rintracciare una narrazione e allo stesso tempo una tensione che convoglia verso il centro. Nell’affrontare questo soggetto ho scelto di concentrarmi in maniera particolare su due aspetti peculiari della passione: il dolore e la potenza del trasporto che essa è in grado di suscitare. Per farlo ho ripescato nelle mie esperienze personali quella probabilmente più difficile e dolorosa, l’unica a mio avviso che possa essere riconosciuta come una sorta di Passione personale nel senso più doloroso del termine. Attrazione Fatale vorrebbe infatti esprimere la sofferenza, l’esaltazione e l’angoscia per l’apparente ineluttabilità della propria condizione provate dai malati di anoressia nervosa, un disturbo psichico che porta alla mortificazione fisica e mentale nel tentativo di raggiungere la “perfezione”. Ma si tratta di un ideale di perfezione chimerico, irraggiungibile: il corpo perfetto, il peso perfetto, sono percezioni irreali e mutevoli, che però - proprio come la passione per un amante - eclissano tutto il resto portando il soggetto a vivere di nient’altro che della propria malattia. Ha un fascino perverso l’anoressia: è amante e carnefice, come un gorgo risucchia quanto c’è di bello nella vita e pretende che le sia sacrificato tutto: le azioni, le idee, le relazioni, i progetti, i pensieri e i desideri più profondi. 
Il pannello centrale, raffigurante rocce a imbuto che convergono verso un pozzo nero, rappresenta il nulla, l’annientamento totale di sé cui la malattia spinge a poco a poco - quasi fosse un essere senziente capace di possederci. Gli altri pannelli sono infatti tutti orientati verso il centro, attratti senza via di scampo. I due più esterni, simmetrici, mostrano un corpo martoriato ma inconsapevole: la ragione è annientata, per cui la figura è acefala. I due immediatamente ai lati di quello centrale raffigurano le mie mani: la sinistra si protende verso il pozzo nero, cui irrazionalmente anela; la destra invece cerca disperatamente di aggrapparsi con le unghie per non precipitare nell’abisso. 
Per gli sfondi ho utilizzato linee e colori ispirati alle rocce scavate dell’Antelope Canyon (Arizona), che richiamano le sinuose forme femminili tanto temute o i visceri di questo corpo che l’anoressico detesta e non è disposto ad accettare.
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Attrazione fatale (2019), olio su tela, 5 pannelli 30x30 cm


Attrazione Fatale è un lavoro che nasce dalla riflessione sul tema della passione affrontato durante il corso di Metodi e tecniche per la pittura sacra contemporanea. Si compone di cinque piccole tele quadrate pensate per essere disposte una accanto all’altra secondo un ordine preciso, in cui è possibile rintracciare una narrazione e allo stesso tempo una tensione che convoglia verso il centro. Nell’affrontare questo soggetto ho scelto di concentrarmi in maniera particolare su due aspetti peculiari della passione: il dolore e la potenza del trasporto che essa è in grado di suscitare. Per farlo ho ripescato nelle mie esperienze personali quella probabilmente più difficile e dolorosa, l’unica a mio avviso che possa essere riconosciuta come una sorta di Passione personale nel senso più doloroso del termine. Attrazione Fatale vorrebbe infatti esprimere la sofferenza, l’esaltazione e l’angoscia per l’apparente ineluttabilità della propria condizione provate dai malati di anoressia nervosa, un disturbo psichico che porta alla mortificazione fisica e mentale nel tentativo di raggiungere la “perfezione”. Ma si tratta di un ideale di perfezione chimerico, irraggiungibile: il corpo perfetto, il peso perfetto, sono percezioni irreali e mutevoli, che però - proprio come la passione per un amante - eclissano tutto il resto portando il soggetto a vivere di nient’altro che della propria malattia. Ha un fascino perverso l’anoressia: è amante e carnefice, come un gorgo risucchia quanto c’è di bello nella vita e pretende che le sia sacrificato tutto: le azioni, le idee, le relazioni, i progetti, i pensieri e i desideri più profondi.
Il pannello centrale, raffigurante rocce a imbuto che convergono verso un pozzo nero, rappresenta il nulla, l’annientamento totale di sé cui la malattia spinge a poco a poco - quasi fosse un essere senziente capace di possederci. Gli altri pannelli sono infatti tutti orientati verso il centro, attratti senza via di scampo. I due più esterni, simmetrici, mostrano un corpo martoriato ma inconsapevole: la ragione è annientata, per cui la figura è acefala. I due immediatamente ai lati di quello centrale raffigurano le mie mani: la sinistra si protende verso il pozzo nero, cui irrazionalmente anela; la destra invece cerca disperatamente di aggrapparsi con le unghie per non precipitare nell’abisso.
Per gli sfondi ho utilizzato linee e colori ispirati alle rocce scavate dell’Antelope Canyon (Arizona), che richiamano le sinuose forme femminili tanto temute o i visceri di questo corpo che l’anoressico detesta e non è disposto ad accettare.

L'età delle scelte (2018), olio su tela, 90x60 cm - 

E’ quel momento in cui senti che non puoi continuare a farti trasportare dalla corrente degli eventi. Vorresti avere le idee chiare ma non le hai e vorresti non aver paura del fallimento che invece è lì dietro l’angolo. Credi che qualunque decisione tu prenderai ti porterà allo stesso risultato: tante porte che si aprono sul niente, e si riflettono all’infinito come in un gioco tra due specchi. E’ l’età delle scelte. Ma passerà.
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L'età delle scelte (2018), olio su tela, 90x60 cm


E’ quel momento in cui senti che non puoi continuare a farti trasportare dalla corrente degli eventi. Vorresti avere le idee chiare ma non le hai e vorresti non aver paura del fallimento che invece è lì dietro l’angolo. Credi che qualunque decisione tu prenderai ti porterà allo stesso risultato: tante porte che si aprono sul niente, e si riflettono all’infinito come in un gioco tra due specchi. E’ l’età delle scelte. Ma passerà.
War crossing (2018), olio su tela, 60x90 cm - 

Quello della guerra è un tema attualissimo e vastissimo, perché purtroppo i conflitti armati sono da sempre una costante nella storia dell’uomo. Ho cercato di concepire un’opera capace di avere un forte impatto visivo sull’osservatore e al contempo essere in grado di trasmettere il senso di onnipresenza dell’esperienza della guerra nelle vicende umane.                                                                                                                             La scena si svolge al di là della soglia di una porta aperta, che invita ad entrare per dare uno sguardo: sullo sfondo di una città siriana distrutta, una donna velata avanza dandoci le spalle mentre dalla via le viene incontro la bambina col cappotto rosso che ho ripreso dal celebre film sull’olocausto Schindler’s List (1993). E’ questo un incontro simbolico tra vittime di guerre del presente e di guerre del passato, per ricordare che, indipendentemente dalle cause scatenanti, tutte le guerre si assomigliano e sono sempre gli innocenti a pagarne le conseguenze più pesanti.
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War crossing (2018), olio su tela, 60x90 cm


Quello della guerra è un tema attualissimo e vastissimo, perché purtroppo i conflitti armati sono da sempre una costante nella storia dell’uomo. Ho cercato di concepire un’opera capace di avere un forte impatto visivo sull’osservatore e al contempo essere in grado di trasmettere il senso di onnipresenza dell’esperienza della guerra nelle vicende umane. La scena si svolge al di là della soglia di una porta aperta, che invita ad entrare per dare uno sguardo: sullo sfondo di una città siriana distrutta, una donna velata avanza dandoci le spalle mentre dalla via le viene incontro la bambina col cappotto rosso che ho ripreso dal celebre film sull’olocausto Schindler’s List (1993). E’ questo un incontro simbolico tra vittime di guerre del presente e di guerre del passato, per ricordare che, indipendentemente dalle cause scatenanti, tutte le guerre si assomigliano e sono sempre gli innocenti a pagarne le conseguenze più pesanti.
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