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Identità in costruzione (2020), olio e stoffa su tela, 100x150 cm - 

Il dipinto è il risultato di una riflessione personale sul tema dell'identità, e cerca di dare una risposta a svariati interrogativi. L'identità è immutabile? La persona che sono oggi è la stessa di sei anni fa, di dieci? Quando e perché siamo cambiati? Noi nuotatori spesso finiamo per identificarci - e identificare anche i compagni di squadra - grazie alla combinazione di colori dei nostri materiali. In acqua, tutti con cuffia identica e occhialini, in mezzo a movimento e rumore, ci si riconosce soprattutto per il costume che assume il ruolo di identità cromatica temporanea. Ogni nuotatore ha una storia che può essere ricostruita anche attraverso quella seconda pelle che è il costume, dal quale a volte proprio per questo mix di identità e ricordi che lo caratterizza è particolarmente difficile separarsi, pure se il tessuto è logorato dall’uso fino a renderlo inservibile. In Identità transitorie ho sia rappresentato pittoricamente un costume che ha segnato la mia esperienza agonistica, sia scelto di inserirlo realmente nel lavoro applicando alcune sue parti sulla tela. Come una tenda di sipario che richiama i panneggi della tradizione pittorica classica, il costume lascia spazio a un autoritratto a misura reale che ne indosserà per sempre una parte: la me stessa che nuotava con quei colori non riesco più a trovarla così come era, ma è stata un 'tassello'  fondamentale per la costruzione della persona che sono adesso e per questo ho voluto fissarne sulla tela l'essenza che ne rimane, un'eco del passato che si è portata fino ad oggi mutando impercettibilmente ma con costanza nel misterioso e affascinante scorrere del tempo.
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Identità in costruzione (2020), olio e stoffa su tela, 100x150 cm


Il dipinto è il risultato di una riflessione personale sul tema dell'identità, e cerca di dare una risposta a svariati interrogativi. L'identità è immutabile? La persona che sono oggi è la stessa di sei anni fa, di dieci? Quando e perché siamo cambiati? Noi nuotatori spesso finiamo per identificarci - e identificare anche i compagni di squadra - grazie alla combinazione di colori dei nostri materiali. In acqua, tutti con cuffia identica e occhialini, in mezzo a movimento e rumore, ci si riconosce soprattutto per il costume che assume il ruolo di identità cromatica temporanea. Ogni nuotatore ha una storia che può essere ricostruita anche attraverso quella seconda pelle che è il costume, dal quale a volte proprio per questo mix di identità e ricordi che lo caratterizza è particolarmente difficile separarsi, pure se il tessuto è logorato dall’uso fino a renderlo inservibile. In Identità transitorie ho sia rappresentato pittoricamente un costume che ha segnato la mia esperienza agonistica, sia scelto di inserirlo realmente nel lavoro applicando alcune sue parti sulla tela. Come una tenda di sipario che richiama i panneggi della tradizione pittorica classica, il costume lascia spazio a un autoritratto a misura reale che ne indosserà per sempre una parte: la me stessa che nuotava con quei colori non riesco più a trovarla così come era, ma è stata un 'tassello' fondamentale per la costruzione della persona che sono adesso e per questo ho voluto fissarne sulla tela l'essenza che ne rimane, un'eco del passato che si è portata fino ad oggi mutando impercettibilmente ma con costanza nel misterioso e affascinante scorrere del tempo.
Social distancing (2020), olio su tela, 100x35 cm - 

Questo dittico è nato da una riflessione sui cambiamenti che la nostra realtà ha subito a causa della pandemia da Covid-19. Le circostanze che hanno portato alla sua realizzazione non avevano nulla di eccezionale: mi trovavo all'ingresso di un impianto natatorio in attesa del rilevamento della temperatura, coi piedi ben fissi sull'adesivo "attendi qui" che regolamenta la distanza tra gli utenti in coda. In quel frangente non ho potuto fare a meno di constatare ancora una volta come una circostanza quotidiana quale l'ingresso in piscina abbia acquisito caratteristiche nuove che le hanno fatto perdere di componente umana in favore di una impersonale formalità tesa anche tra persone che si conoscono da tempo. L'uomo è per sua natura un essere sociale, che non si era mai trovato a doversi proteggere dal contatto con gli altri su così larga scala, e questo fatto porta a chiedersi se basterà la fine dell'emergenza per tornare al modo di relazionarsi che avevamo prima. In quella fila ho ripensato a un estratto di realtà pre-Covid ma non riuscivo più a collocarla nel presente, a incasellarla nelle nuove modalità di convivenza. Quello che ne è derivato è una frattura, la rappresentazione visiva di un unico che prima della pandemia era tale e adesso attende di assumere una nuova forma. Social distancing vorrebbe mettere in luce la distanza che si è creata nelle relazioni con gli altri - e quindi nella nostra realtà quotidiana - portandola al paradosso.
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Social distancing (2020), olio su tela, 100x35 cm


Questo dittico è nato da una riflessione sui cambiamenti che la nostra realtà ha subito a causa della pandemia da Covid-19. Le circostanze che hanno portato alla sua realizzazione non avevano nulla di eccezionale: mi trovavo all'ingresso di un impianto natatorio in attesa del rilevamento della temperatura, coi piedi ben fissi sull'adesivo "attendi qui" che regolamenta la distanza tra gli utenti in coda. In quel frangente non ho potuto fare a meno di constatare ancora una volta come una circostanza quotidiana quale l'ingresso in piscina abbia acquisito caratteristiche nuove che le hanno fatto perdere di componente umana in favore di una impersonale formalità tesa anche tra persone che si conoscono da tempo. L'uomo è per sua natura un essere sociale, che non si era mai trovato a doversi proteggere dal contatto con gli altri su così larga scala, e questo fatto porta a chiedersi se basterà la fine dell'emergenza per tornare al modo di relazionarsi che avevamo prima. In quella fila ho ripensato a un estratto di realtà pre-Covid ma non riuscivo più a collocarla nel presente, a incasellarla nelle nuove modalità di convivenza. Quello che ne è derivato è una frattura, la rappresentazione visiva di un unico che prima della pandemia era tale e adesso attende di assumere una nuova forma. Social distancing vorrebbe mettere in luce la distanza che si è creata nelle relazioni con gli altri - e quindi nella nostra realtà quotidiana - portandola al paradosso.
(Out of) sanitary cage (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Con questa tela si chiude il "diario di bordo" della quarantena, perché ormai la libertà si avvicina al punto che possiamo sbilanciarci a credere di poterla toccare. Non è ancora proprio così, il traguardo è vicino ma fuori dalla nostra portata, tuttavia la gabbia che ci opprime lentamente si sta sgretolando e acquista una parvenza sempre meno spaventosa. Le sue pareti, colorate e scrostate su tutti i lati, circondano la figura di una nuotatrice che immagina la superficie cristallina dell’acqua di una piscina come in un sogno ad occhi aperti. Quel portale quasi magico che si apre davanti a lei invita verso la libertà che deve ancora sottomettersi al tempo dell’attesa. Uno degli aspetti che più mi ha sempre affascinato è quello dello scorrere del tempo, percepito in maniera del tutto singolare quando non lo si può impiegare come si vorrebbe per lunghi periodi. Nella realizzazione degli elementi architettonici ho usato ampie pennellate libere agendo quasi di getto e lasciando spesso trasparire lo strato sottostante di fondo acrilico, come se si trattasse davvero di un muro il cui intonaco scrostato rivela a tratti gli strati più vecchi in una corsa indietro nel tempo.
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(Out of) sanitary cage (2020), olio su tela, 100x150 cm


Con questa tela si chiude il "diario di bordo" della quarantena, perché ormai la libertà si avvicina al punto che possiamo sbilanciarci a credere di poterla toccare. Non è ancora proprio così, il traguardo è vicino ma fuori dalla nostra portata, tuttavia la gabbia che ci opprime lentamente si sta sgretolando e acquista una parvenza sempre meno spaventosa. Le sue pareti, colorate e scrostate su tutti i lati, circondano la figura di una nuotatrice che immagina la superficie cristallina dell’acqua di una piscina come in un sogno ad occhi aperti. Quel portale quasi magico che si apre davanti a lei invita verso la libertà che deve ancora sottomettersi al tempo dell’attesa. Uno degli aspetti che più mi ha sempre affascinato è quello dello scorrere del tempo, percepito in maniera del tutto singolare quando non lo si può impiegare come si vorrebbe per lunghi periodi. Nella realizzazione degli elementi architettonici ho usato ampie pennellate libere agendo quasi di getto e lasciando spesso trasparire lo strato sottostante di fondo acrilico, come se si trattasse davvero di un muro il cui intonaco scrostato rivela a tratti gli strati più vecchi in una corsa indietro nel tempo.
Aspirazioni (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Raggiungere un obiettivo è tanto più gratificante quanto più arduo è stato il cammino. Spesso ci si trova davanti ad ostacoli che paiono insormontabili, che segnano un confine ideale tra ciò che vorremmo e ciò che riteniamo essere in grado di fare. Le nostre sole forze a volte sembrano insignificanti, per questo troppo spesso ci tiriamo indietro ancora prima di iniziare. Questo lavoro vuole essere un elogio del limite: del limite che spinge a dare il meglio, che permette di crescere e di calibrare in maniera corretta i progetti; ma anche del limite superato che avvicina alla piena consapevolezza di sé e delle proprie risorse.
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Aspirazioni (2020), olio su tela, 100x150 cm


Raggiungere un obiettivo è tanto più gratificante quanto più arduo è stato il cammino. Spesso ci si trova davanti ad ostacoli che paiono insormontabili, che segnano un confine ideale tra ciò che vorremmo e ciò che riteniamo essere in grado di fare. Le nostre sole forze a volte sembrano insignificanti, per questo troppo spesso ci tiriamo indietro ancora prima di iniziare. Questo lavoro vuole essere un elogio del limite: del limite che spinge a dare il meglio, che permette di crescere e di calibrare in maniera corretta i progetti; ma anche del limite superato che avvicina alla piena consapevolezza di sé e delle proprie risorse.
Pandemic (2020), olio su tela, 80x60 cm - 

E’ un grido di dolore muto quello del mondo colpito dalla pandemia, mentre ogni cosa affonda e gli esseri umani si scoprono uguali di fronte a un nemico che non fa differenze di sesso, cultura, religione, convinzioni politiche o stato sociale.
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Pandemic (2020), olio su tela, 80x60 cm


E’ un grido di dolore muto quello del mondo colpito dalla pandemia, mentre ogni cosa affonda e gli esseri umani si scoprono uguali di fronte a un nemico che non fa differenze di sesso, cultura, religione, convinzioni politiche o stato sociale.
La chute (2020), olio su tela, 100x150 cm - 
Aprile 2020. Sembra una nuova Apocalissi, una distopia divenuta realtà. Ai telegiornali non fanno che ripetere cifre: contagiati, deceduti, intubati, trasferiti, sospetti, qualche guarito. Le strutture portanti della società sono improvvisamente state rimesse in discussione. Ricchezza, scienza, tecnologia, tutto sembra essere diventato inutile, inadeguato, incapace di far fronte a un’unica minaccia invisibile. L’ economia e la società sono scivolate in un baratro, scoprendosi impotenti di fronte a un nemico naturale troppo a lungo sottovalutato che ha presentato una rivalsa feroce. Angoscia non basta a esprimere come ci si sente, tappati in casa, impotenti, senza più certezze: questo lavoro cerca di esprimere quello che le parole non sono riuscite a descrivere.
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La chute (2020), olio su tela, 100x150 cm

Aprile 2020. Sembra una nuova Apocalissi, una distopia divenuta realtà. Ai telegiornali non fanno che ripetere cifre: contagiati, deceduti, intubati, trasferiti, sospetti, qualche guarito. Le strutture portanti della società sono improvvisamente state rimesse in discussione. Ricchezza, scienza, tecnologia, tutto sembra essere diventato inutile, inadeguato, incapace di far fronte a un’unica minaccia invisibile. L’ economia e la società sono scivolate in un baratro, scoprendosi impotenti di fronte a un nemico naturale troppo a lungo sottovalutato che ha presentato una rivalsa feroce. Angoscia non basta a esprimere come ci si sente, tappati in casa, impotenti, senza più certezze: questo lavoro cerca di esprimere quello che le parole non sono riuscite a descrivere.
Senza confini (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Aprile 2020. Una visione onirica totale, sintesi della libertà assoluta, tanto più necessaria quando anche le mura di casa propria diventano prigione. In un mondo che pare come sospeso, l’universo di ciascuno si è ristretto alle proprie mura domestiche e il solo modo per evadere è con la fantasia. Il surreale, dominio dell’immaginazione, ci viene in aiuto suggerendo con un tuffo anche l’idea di quel movimento che ci è negato- un modo per spiccare il volo e atterrare al di là dell’ostacolo.
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Senza confini (2020), olio su tela, 100x150 cm


Aprile 2020. Una visione onirica totale, sintesi della libertà assoluta, tanto più necessaria quando anche le mura di casa propria diventano prigione. In un mondo che pare come sospeso, l’universo di ciascuno si è ristretto alle proprie mura domestiche e il solo modo per evadere è con la fantasia. Il surreale, dominio dell’immaginazione, ci viene in aiuto suggerendo con un tuffo anche l’idea di quel movimento che ci è negato- un modo per spiccare il volo e atterrare al di là dell’ostacolo.
Deep in my mind (2019), olio su tela, 150x222 cm - 

Con quest'opera ho voluto esplorare con la fantasia l’interno della mente, dove il razionale ‘sano’ e l’irrazionale ‘patologico’ convivono in ogni essere umano.  Lo spunto visivo alla base dell’opera è emerso durante la lettura di Dieci giorni in manicomio, interessante reportage della giovanissima Nellie Bly realizzato nel 1887. Tra i molti temi che emergono dal testo, mi ha colpito in particolare l’aspetto del non ascolto / indifferenza: il personale sanitario del manicomio in cui Nelly Bly si era fatta rinchiudere allo scopo di documentare le condizioni di vita delle pazienti non solo non era interessato al benessere delle assistite, ma non teneva minimamente in conto le loro parole, tacciandole inevitabilmente di pazzia. Sia assecondando il comportamento atteso da parte di un folle, sia cercando ragionevolmente di far comprendere l’errore nella diagnosi, per le donne rinchiuse il risultato era sempre lo stesso: prigionia, soprusi, e infine la pazzia vera – indotta però dal “luogo di cura”. In “Deep in my mind” la scena, dalle tinte surreali, si svolge in una sorta di scatola, un edificio fatiscente che richiama le costruzioni fisiche e mentali dietro le quali ci barrichiamo e che ci danno l'illusione di poter vivere tagliando fuori il mondo circostante e tutti i suoi problemi.  Il tuffo ha un duplice richiamo: quello agli “abissi” della mente – un mistero ancora oggi non del tutto chiarito – e quello autobiografico, essendo io la nuotatrice che si tuffa ed avendo in passato sperimentato la sensazione di dover proteggere il mio vero io da chi, vedendo solo la scorza esterna, cercava di convincermi che non ero più padrona dei miei pensieri e desideri.
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Deep in my mind (2019), olio su tela, 150x222 cm


Con quest'opera ho voluto esplorare con la fantasia l’interno della mente, dove il razionale ‘sano’ e l’irrazionale ‘patologico’ convivono in ogni essere umano. Lo spunto visivo alla base dell’opera è emerso durante la lettura di Dieci giorni in manicomio, interessante reportage della giovanissima Nellie Bly realizzato nel 1887. Tra i molti temi che emergono dal testo, mi ha colpito in particolare l’aspetto del non ascolto / indifferenza: il personale sanitario del manicomio in cui Nelly Bly si era fatta rinchiudere allo scopo di documentare le condizioni di vita delle pazienti non solo non era interessato al benessere delle assistite, ma non teneva minimamente in conto le loro parole, tacciandole inevitabilmente di pazzia. Sia assecondando il comportamento atteso da parte di un folle, sia cercando ragionevolmente di far comprendere l’errore nella diagnosi, per le donne rinchiuse il risultato era sempre lo stesso: prigionia, soprusi, e infine la pazzia vera – indotta però dal “luogo di cura”. In “Deep in my mind” la scena, dalle tinte surreali, si svolge in una sorta di scatola, un edificio fatiscente che richiama le costruzioni fisiche e mentali dietro le quali ci barrichiamo e che ci danno l'illusione di poter vivere tagliando fuori il mondo circostante e tutti i suoi problemi. Il tuffo ha un duplice richiamo: quello agli “abissi” della mente – un mistero ancora oggi non del tutto chiarito – e quello autobiografico, essendo io la nuotatrice che si tuffa ed avendo in passato sperimentato la sensazione di dover proteggere il mio vero io da chi, vedendo solo la scorza esterna, cercava di convincermi che non ero più padrona dei miei pensieri e desideri.
Verso la luce (2019), olio su tela, 81x116 cm - 

Questo dipinto nasce da una riflessione sul tema dell'ascesa, che ho scelto di declinare nel mio linguaggio personale partendo da spunti autobiografici. 
L’ascesa è intrinsecamente legata all’idea di elevazione, in primo luogo fisica - salire verso l’alto - ma anche metaforica - ascendere nel senso di migliorare la propria condizione, di risollevarsi. È su questa seconda accezione del termine che verte il mio lavoro, una rappresentazione metaforica e simbolica del viaggio di miglioramento di se’.  
"Verso la luce" prende spunto da una situazione reale e normale – una gara di nuoto per salvamento, specialità trasporto manichino – ma la usa come metafora per parlare del grande sforzo necessario a superare le difficoltà e accettare il cambiamento. Ho scelto di snaturare l’ambientazione originaria facendo emergere l’immagine da un fondo nero, dal quale la nuotatrice si allontana con difficoltà ma anche con decisione, dirigendosi dall’oscurità verso acque calme, limpide e luminose. Il suo procedere è reso più difficile dal peso del manichino, cosi come è difficile e faticoso mantenere l’intento di migliorare il proprio stato dovendo sempre combattere contro ricordi e pregiudizi.
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Verso la luce (2019), olio su tela, 81x116 cm


Questo dipinto nasce da una riflessione sul tema dell'ascesa, che ho scelto di declinare nel mio linguaggio personale partendo da spunti autobiografici.
L’ascesa è intrinsecamente legata all’idea di elevazione, in primo luogo fisica - salire verso l’alto - ma anche metaforica - ascendere nel senso di migliorare la propria condizione, di risollevarsi. È su questa seconda accezione del termine che verte il mio lavoro, una rappresentazione metaforica e simbolica del viaggio di miglioramento di se’.
"Verso la luce" prende spunto da una situazione reale e normale – una gara di nuoto per salvamento, specialità trasporto manichino – ma la usa come metafora per parlare del grande sforzo necessario a superare le difficoltà e accettare il cambiamento. Ho scelto di snaturare l’ambientazione originaria facendo emergere l’immagine da un fondo nero, dal quale la nuotatrice si allontana con difficoltà ma anche con decisione, dirigendosi dall’oscurità verso acque calme, limpide e luminose. Il suo procedere è reso più difficile dal peso del manichino, cosi come è difficile e faticoso mantenere l’intento di migliorare il proprio stato dovendo sempre combattere contro ricordi e pregiudizi.
Abbandono (2018), olio su tela, 100x150 cm - 

Questa tela è la terza e ultima del progetto sul naufragio che ho preparato per la tesi della laurea triennale. E’ certamente quella che più mi ha segnata dal punto di vista emotivo, ma anche quella che incarna al meglio l’intento dell’intero progetto sul naufragio: è la rappresentazione di cosa accade a ciò che viene lasciato andare alla deriva. In questa piscina i muri si scrostano, la vernice cade come fosse neve, nessuno più gode del piacere del nuoto o dei colori accesi delle pareti: la vasca è ormai dimenticata da tutti e i tempi in cui colore, rumore, calore e movimento ne vivacizzavano gli ambienti sono lontani. Con questo lavoro ho cercato di porre particolare attenzione agli effetti inesorabili del trascorrere degli anni: non c’è stato nessuno che abbia volutamente danneggiato la struttura, essa si è ripiegata su se stessa da sola, vittima di immobilità e abbandono che l’hanno devastata. Questo accade con qualsiasi edificio o costruzione umana, ma in maniera più subdola anche coi sogni che naufragano col passare degli anni: di tutte le speranze coltivate in gioventù, il tempo non arriva a cancellare tutto ma sicuramente deforma i ricordi in modo che di una certa idea o progetto non resta altro che un simulacro. Il dipinto cerca perciò di essere una sorta di anticipazione della deformazione fisiologica che potrebbe subire il mio ricordo degli anni passati a frequentare piscine se il futuro mi porterà a fare scelte differenti: anche in questa scena, immobile in mezzo alla poca acqua sporca rimasta nella vasca, un torpedo agganciato sostiene un manichino – ma è un salvagente ormai inutile perché non è rimasto più niente da salvare.
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Abbandono (2018), olio su tela, 100x150 cm


Questa tela è la terza e ultima del progetto sul naufragio che ho preparato per la tesi della laurea triennale. E’ certamente quella che più mi ha segnata dal punto di vista emotivo, ma anche quella che incarna al meglio l’intento dell’intero progetto sul naufragio: è la rappresentazione di cosa accade a ciò che viene lasciato andare alla deriva. In questa piscina i muri si scrostano, la vernice cade come fosse neve, nessuno più gode del piacere del nuoto o dei colori accesi delle pareti: la vasca è ormai dimenticata da tutti e i tempi in cui colore, rumore, calore e movimento ne vivacizzavano gli ambienti sono lontani. Con questo lavoro ho cercato di porre particolare attenzione agli effetti inesorabili del trascorrere degli anni: non c’è stato nessuno che abbia volutamente danneggiato la struttura, essa si è ripiegata su se stessa da sola, vittima di immobilità e abbandono che l’hanno devastata. Questo accade con qualsiasi edificio o costruzione umana, ma in maniera più subdola anche coi sogni che naufragano col passare degli anni: di tutte le speranze coltivate in gioventù, il tempo non arriva a cancellare tutto ma sicuramente deforma i ricordi in modo che di una certa idea o progetto non resta altro che un simulacro. Il dipinto cerca perciò di essere una sorta di anticipazione della deformazione fisiologica che potrebbe subire il mio ricordo degli anni passati a frequentare piscine se il futuro mi porterà a fare scelte differenti: anche in questa scena, immobile in mezzo alla poca acqua sporca rimasta nella vasca, un torpedo agganciato sostiene un manichino – ma è un salvagente ormai inutile perché non è rimasto più niente da salvare.
Camera di chiamata (2018), olio su tela, 120x100 cm - 

Crescere nell’epoca del cambiamento è difficilissimo, immersi fino al collo nel simulacro di quelli che erano i valori del passato. A volte ci si sente persi, disorientati di fronte all’infinità delle occasioni che ci si aprono davanti e che le generazioni precedenti non hanno avuto - loro malgrado - né la libertà né l’onere di contemplare. Camera di chiamata vorrebbe indagare il senso di vertigine, di aspettativa, che deriva dalla consapevolezza di avere un futuro ancora tutto da scrivere senza limiti di soggetto o stile; e lo fa per mezzo di immagini e situazioni che ho estratto dal mondo del nuoto per salvamento agonistico – la mia seconda casa dopo l’atelier di pittura. Sono infatti dell’idea che attraverso il segno e soprattutto il colore si possa parlare anche delle zone d’ombra del vivere nel mondo contemporaneo – come l’incertezza nel futuro – mettendole sotto una luce nuova.  
La sedia e il manichino di spalle evocano una scena comune alle competizioni di nuoto per salvamento, dove su ogni lato corto della vasca viene allestita la camera di chiamata per gli atleti in attesa di gareggiare, spesso mantenendo a portata di mano i manichini in più o quelli pronti per essere usati nelle specialità successive. Inoltre il manichino di per sé richiama l’idea del salvataggio, di qualcosa che può dare sicurezza davanti all’ignoto. La camera di chiamata è il momento in cui la tensione della gara raggiunge l’apice: c’è molta aspettativa nei riguardi di quello che verrà, e la sedia – seduti sulla quale ci si dovrebbe concentrare negli istanti che precedono la gara - è per me l’emblema di questa condizione di proiezione verso il futuro, dell'aspettativa che precede sempre l'inizio di qualcosa di nuovo. E' impossibile sapere oggi cosa accadrà, la Storia ce lo insegna sorprendendoci sempre, nel bene e nel male: e infatti chi si prepara a partire non è un nuotatore come ci si aspetterebbe, bensì una podista, che col contesto ha ben poco a che fare. Aspettativa, imprevisto, campiture ampie e uniformi tutte da scrivere: sono gli elementi che possono spingerci a trovare dentro di noi le risorse per guardare con entusiasmo e intraprendenza al futuro.
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Camera di chiamata (2018), olio su tela, 120x100 cm


Crescere nell’epoca del cambiamento è difficilissimo, immersi fino al collo nel simulacro di quelli che erano i valori del passato. A volte ci si sente persi, disorientati di fronte all’infinità delle occasioni che ci si aprono davanti e che le generazioni precedenti non hanno avuto - loro malgrado - né la libertà né l’onere di contemplare. Camera di chiamata vorrebbe indagare il senso di vertigine, di aspettativa, che deriva dalla consapevolezza di avere un futuro ancora tutto da scrivere senza limiti di soggetto o stile; e lo fa per mezzo di immagini e situazioni che ho estratto dal mondo del nuoto per salvamento agonistico – la mia seconda casa dopo l’atelier di pittura. Sono infatti dell’idea che attraverso il segno e soprattutto il colore si possa parlare anche delle zone d’ombra del vivere nel mondo contemporaneo – come l’incertezza nel futuro – mettendole sotto una luce nuova.
La sedia e il manichino di spalle evocano una scena comune alle competizioni di nuoto per salvamento, dove su ogni lato corto della vasca viene allestita la camera di chiamata per gli atleti in attesa di gareggiare, spesso mantenendo a portata di mano i manichini in più o quelli pronti per essere usati nelle specialità successive. Inoltre il manichino di per sé richiama l’idea del salvataggio, di qualcosa che può dare sicurezza davanti all’ignoto. La camera di chiamata è il momento in cui la tensione della gara raggiunge l’apice: c’è molta aspettativa nei riguardi di quello che verrà, e la sedia – seduti sulla quale ci si dovrebbe concentrare negli istanti che precedono la gara - è per me l’emblema di questa condizione di proiezione verso il futuro, dell'aspettativa che precede sempre l'inizio di qualcosa di nuovo. E' impossibile sapere oggi cosa accadrà, la Storia ce lo insegna sorprendendoci sempre, nel bene e nel male: e infatti chi si prepara a partire non è un nuotatore come ci si aspetterebbe, bensì una podista, che col contesto ha ben poco a che fare. Aspettativa, imprevisto, campiture ampie e uniformi tutte da scrivere: sono gli elementi che possono spingerci a trovare dentro di noi le risorse per guardare con entusiasmo e intraprendenza al futuro.
Il principio di Archimede (2018), olio su tela, 80x120 cm - 

Questa tela è la prima del progetto sul naufragio che ho realizzato per la tesi della triennale nell'autunno del 2018, e si focalizza sul dolore legato al fallimento di progetti di vita futuri. 
Il titolo dell’opera fa riferimento alla legge della fisica che spiega il perché alcuni oggetti anche molto pesanti galleggiano sulla superficie dell’acqua mentre altri, molto più leggeri in realtà, vanno a fondo. La stessa logica può applicarsi ai casi della vita: a volte ci sono cose che vanno male perché non è proprio possibile arrangiarle in altro modo, nonostante sembrino una buona scelta; sono accordi stonati, abbinamenti sbagliati, sassolini che per quanto paiano leggeri è inutile cercare di far galleggiare. L’opera rappresenta una serie di oggetti nell’atto di affondare o già dolcemente abbandonati sul fondo di una piscina deserta: sono manichini da salvamento, che richiamano l’idea del salvataggio; una pinna, attrezzo in cui potrei identificarmi; e due abiti da sposa, dai riflessi colorati che ne alterano la percezione, segni del naufragio di un futuro che sembrava già delineato. In superficie, invisibile all’occhio ma percepibile in maniera indiretta attraverso l’ombra che si staglia sul fondo, una ciambella vuota: il tentativo di mettersi in salvo c’è stato ma non è andato a buon fine, e ciò che resta sono soltanto gli oggetti, testimoni muti di ciò che è accaduto.
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Il principio di Archimede (2018), olio su tela, 80x120 cm


Questa tela è la prima del progetto sul naufragio che ho realizzato per la tesi della triennale nell'autunno del 2018, e si focalizza sul dolore legato al fallimento di progetti di vita futuri.
Il titolo dell’opera fa riferimento alla legge della fisica che spiega il perché alcuni oggetti anche molto pesanti galleggiano sulla superficie dell’acqua mentre altri, molto più leggeri in realtà, vanno a fondo. La stessa logica può applicarsi ai casi della vita: a volte ci sono cose che vanno male perché non è proprio possibile arrangiarle in altro modo, nonostante sembrino una buona scelta; sono accordi stonati, abbinamenti sbagliati, sassolini che per quanto paiano leggeri è inutile cercare di far galleggiare. L’opera rappresenta una serie di oggetti nell’atto di affondare o già dolcemente abbandonati sul fondo di una piscina deserta: sono manichini da salvamento, che richiamano l’idea del salvataggio; una pinna, attrezzo in cui potrei identificarmi; e due abiti da sposa, dai riflessi colorati che ne alterano la percezione, segni del naufragio di un futuro che sembrava già delineato. In superficie, invisibile all’occhio ma percepibile in maniera indiretta attraverso l’ombra che si staglia sul fondo, una ciambella vuota: il tentativo di mettersi in salvo c’è stato ma non è andato a buon fine, e ciò che resta sono soltanto gli oggetti, testimoni muti di ciò che è accaduto.

After training (2017), olio su tela, 50x50 cm - 

Fatica. Soddisfazione. Disordine. E finalmente riposo. È l’atmosfera che si respira alla fine di un duro allenamento: la vasca si svuota e sul bordo restano ammassati tutti gli attrezzi che nel poco tempo concesso dall’allenatore tra un lavoro e l’altro hai preso e messo rapidamente da parte.
After training è il primo lavoro in cui ho iniziato a usare l'universo del nuoto come linguaggio visivo. Pur essendo ancora molto legato al reale, è efficace nel comunicare lo stato di sbandamento e incertezza in cui mi trovavo attraverso la moltitudine di oggetti abbandonati alla rinfusa sul bordo vasca di una piscina, come se un’ ipotetica marea li avesse sospinti verso riva e ammassati sulla spiaggia.
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After training (2017), olio su tela, 50x50 cm


Fatica. Soddisfazione. Disordine. E finalmente riposo. È l’atmosfera che si respira alla fine di un duro allenamento: la vasca si svuota e sul bordo restano ammassati tutti gli attrezzi che nel poco tempo concesso dall’allenatore tra un lavoro e l’altro hai preso e messo rapidamente da parte.
After training è il primo lavoro in cui ho iniziato a usare l'universo del nuoto come linguaggio visivo. Pur essendo ancora molto legato al reale, è efficace nel comunicare lo stato di sbandamento e incertezza in cui mi trovavo attraverso la moltitudine di oggetti abbandonati alla rinfusa sul bordo vasca di una piscina, come se un’ ipotetica marea li avesse sospinti verso riva e ammassati sulla spiaggia.
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