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La sindrome del pesce rosso (2020), olio su tela angolare, 100x50 cm - 

I tempi incerti, gli sforzi vani, la sensazione di essere in gabbia. La routine quotidiana assorbe, divora senza che ce ne rendiamo conto, finché non siamo costretti ad infrangerla: ed è allora che guardando a noi stessi ci accorgiamo di essere rimasti troppo a lungo nella sicurezza apparente della nostra bolla, da cui è molto più difficile uscire che entrare.
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La sindrome del pesce rosso (2020), olio su tela angolare, 100x50 cm


I tempi incerti, gli sforzi vani, la sensazione di essere in gabbia. La routine quotidiana assorbe, divora senza che ce ne rendiamo conto, finché non siamo costretti ad infrangerla: ed è allora che guardando a noi stessi ci accorgiamo di essere rimasti troppo a lungo nella sicurezza apparente della nostra bolla, da cui è molto più difficile uscire che entrare.
Identità in costruzione (2020), olio e stoffa su tela, 100x150 cm - 

L’identità è immutabile? La persona che siamo oggi è la stessa di sei anni fa, di dieci? Quando e perché siamo cambiati?L’opera nasce da una riflessione sulla relazione che intercorre tra i concetti di identità e di tempo. Come nell’osservazione di una lunga catena evolutiva  non è possibile individuare il momento esatto del passaggio da uno stadio a quello successivo, allo stesso modo muta la percezione che abbiamo di noi stessi. E’ impossibile cogliere l’insieme nel qui e ora, ma conoscendo il punto di partenza e quello di arrivo si possono scattare delle istantanee del percorso che immortalano una fase, un momento specifico in cui eravamo quella persona coi suoi valori, principi e convinzioni. A volte esistono alcuni aspetti che facilitano l’individuazione di questi istanti: ogni nuotatore ha una storia che può essere ricostruita anche attraverso quella seconda pelle che è il costume e che assume il ruolo di identità cromatica temporanea nel suo periodo di utilizzo. Questo lavoro rappresenta un tassello della costruzione della persona che sono adesso e per questo ho voluto fissarne sulla tela l’essenza che ne rimane attraverso il colore e l’utilizzo della materia del costume stesso, un’ eco del passato che si è portata fino ad oggi mutando impercettibilmente ma con costanza nel misterioso e affascinante scorrere del tempo.
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Identità in costruzione (2020), olio e stoffa su tela, 100x150 cm


L’identità è immutabile? La persona che siamo oggi è la stessa di sei anni fa, di dieci? Quando e perché siamo cambiati?L’opera nasce da una riflessione sulla relazione che intercorre tra i concetti di identità e di tempo. Come nell’osservazione di una lunga catena evolutiva non è possibile individuare il momento esatto del passaggio da uno stadio a quello successivo, allo stesso modo muta la percezione che abbiamo di noi stessi. E’ impossibile cogliere l’insieme nel qui e ora, ma conoscendo il punto di partenza e quello di arrivo si possono scattare delle istantanee del percorso che immortalano una fase, un momento specifico in cui eravamo quella persona coi suoi valori, principi e convinzioni. A volte esistono alcuni aspetti che facilitano l’individuazione di questi istanti: ogni nuotatore ha una storia che può essere ricostruita anche attraverso quella seconda pelle che è il costume e che assume il ruolo di identità cromatica temporanea nel suo periodo di utilizzo. Questo lavoro rappresenta un tassello della costruzione della persona che sono adesso e per questo ho voluto fissarne sulla tela l’essenza che ne rimane attraverso il colore e l’utilizzo della materia del costume stesso, un’ eco del passato che si è portata fino ad oggi mutando impercettibilmente ma con costanza nel misterioso e affascinante scorrere del tempo.
Social distancing (2020), olio su tela, 100x35 cm - 

Questo dittico è nato da una riflessione sui cambiamenti che la nostra realtà ha subito a causa della pandemia da Covid-19. Le circostanze che hanno portato alla sua realizzazione non avevano nulla di eccezionale: mi trovavo all'ingresso di un impianto natatorio in attesa del rilevamento della temperatura, attenta a mantenere la distanza tra gli utenti in coda. In quel frangente non ho potuto fare a meno di constatare ancora una volta come una circostanza quotidiana quale l'ingresso in piscina abbia acquisito caratteristiche nuove che le hanno fatto perdere di componente umana in favore di una impersonale formalità tesa anche tra persone che si conoscono da tempo. Come scrive Aristotele l'uomo è per sua natura un essere sociale, che non si era quasi mai trovato a doversi proteggere dal contatto con gli altri su così larga scala, e questo fatto porta a chiedersi se basterà la fine dell'emergenza per tornare al modo di relazionarsi che avevamo prima. In quella fila ho ripensato a un estratto di realtà pre-Covid ma non riuscivo più a collocarla nel presente, a incasellarla nelle nuove modalità di convivenza. Quello che ne è derivato è una frattura, la rappresentazione visiva di un unico che prima della pandemia era tale e adesso attende di assumere una nuova forma.
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Social distancing (2020), olio su tela, 100x35 cm


Questo dittico è nato da una riflessione sui cambiamenti che la nostra realtà ha subito a causa della pandemia da Covid-19. Le circostanze che hanno portato alla sua realizzazione non avevano nulla di eccezionale: mi trovavo all'ingresso di un impianto natatorio in attesa del rilevamento della temperatura, attenta a mantenere la distanza tra gli utenti in coda. In quel frangente non ho potuto fare a meno di constatare ancora una volta come una circostanza quotidiana quale l'ingresso in piscina abbia acquisito caratteristiche nuove che le hanno fatto perdere di componente umana in favore di una impersonale formalità tesa anche tra persone che si conoscono da tempo. Come scrive Aristotele l'uomo è per sua natura un essere sociale, che non si era quasi mai trovato a doversi proteggere dal contatto con gli altri su così larga scala, e questo fatto porta a chiedersi se basterà la fine dell'emergenza per tornare al modo di relazionarsi che avevamo prima. In quella fila ho ripensato a un estratto di realtà pre-Covid ma non riuscivo più a collocarla nel presente, a incasellarla nelle nuove modalità di convivenza. Quello che ne è derivato è una frattura, la rappresentazione visiva di un unico che prima della pandemia era tale e adesso attende di assumere una nuova forma.
(Out of) sanitary cage (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Maggio 2020. Pareti colorate e scrostate su tutti i lati costituiscono la gabbia metaforica in cui una nuotatrice immagina una piscina che non c’è. E’ una gabbia rifugio, che rinchiude ma anche protegge da ciò che c’è fuori. Il portale quasi magico che si apre nella parete davanti a lei invita verso una libertà che pare vicina ma che nella realtà deve ancora sottomettersi al tempo dell’attesa, il cui scorrere sembra indifferente alle leggi naturali.
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(Out of) sanitary cage (2020), olio su tela, 100x150 cm


Maggio 2020. Pareti colorate e scrostate su tutti i lati costituiscono la gabbia metaforica in cui una nuotatrice immagina una piscina che non c’è. E’ una gabbia rifugio, che rinchiude ma anche protegge da ciò che c’è fuori. Il portale quasi magico che si apre nella parete davanti a lei invita verso una libertà che pare vicina ma che nella realtà deve ancora sottomettersi al tempo dell’attesa, il cui scorrere sembra indifferente alle leggi naturali.
Aspirazioni (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Che cosa vuoi fare da grande? Tutti da bambini abbiamo risposto entusiasticamente a questa domanda, per poi accorgerci col passare degli anni che non è scontato né naturale riuscire ad arrivare laddove ci eravamo prefissati di essere. Spesso ci si trova davanti ad ostacoli che paiono insormontabili, che segnano un confine ideale tra ciò che vorremmo e ciò che riteniamo essere in grado di fare. Le nostre sole forze paiono insignificanti, ci sembra di essere un puntolino tra migliaia di altri che ambiscono alla stessa cosa, allo stesso posto, alla stessa vita; per questo troppo spesso ci tiriamo indietro ancora prima di iniziare, invece di tentare e in seguito semmai ricalibrare gli obiettivi.
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Aspirazioni (2020), olio su tela, 100x150 cm


Che cosa vuoi fare da grande? Tutti da bambini abbiamo risposto entusiasticamente a questa domanda, per poi accorgerci col passare degli anni che non è scontato né naturale riuscire ad arrivare laddove ci eravamo prefissati di essere. Spesso ci si trova davanti ad ostacoli che paiono insormontabili, che segnano un confine ideale tra ciò che vorremmo e ciò che riteniamo essere in grado di fare. Le nostre sole forze paiono insignificanti, ci sembra di essere un puntolino tra migliaia di altri che ambiscono alla stessa cosa, allo stesso posto, alla stessa vita; per questo troppo spesso ci tiriamo indietro ancora prima di iniziare, invece di tentare e in seguito semmai ricalibrare gli obiettivi.
Pandemic (2020), olio su tela, 80x60 cm - 

E’ un grido di dolore muto quello del mondo colpito dalla pandemia, mentre ogni cosa affonda e gli esseri umani si scoprono uguali di fronte a un nemico che non fa differenze di sesso, cultura, religione, convinzioni politiche o stato sociale.
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Pandemic (2020), olio su tela, 80x60 cm


E’ un grido di dolore muto quello del mondo colpito dalla pandemia, mentre ogni cosa affonda e gli esseri umani si scoprono uguali di fronte a un nemico che non fa differenze di sesso, cultura, religione, convinzioni politiche o stato sociale.
La chute (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Aprile 2020. Sembra una nuova Apocalissi, una distopia divenuta realtà. Ai telegiornali non fanno che ripetere cifre: contagiati, deceduti, intubati, trasferiti, sospetti, qualche guarito. Le strutture portanti della società sono improvvisamente state rimesse in discussione. Ricchezza, scienza, tecnologia, tutto sembra essere diventato inutile, inadeguato, incapace di far fronte a un’unica minaccia invisibile. L’ economia e la società sono scivolate in un baratro, scoprendosi impotenti di fronte a un nemico naturale troppo a lungo sottovalutato che ha presentato una rivalsa feroce. Angoscia non basta a esprimere come ci si sente, tappati in casa, impotenti, senza più certezze: questo lavoro cerca di esprimere quello che le parole non sono riuscite a descrivere.
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La chute (2020), olio su tela, 100x150 cm


Aprile 2020. Sembra una nuova Apocalissi, una distopia divenuta realtà. Ai telegiornali non fanno che ripetere cifre: contagiati, deceduti, intubati, trasferiti, sospetti, qualche guarito. Le strutture portanti della società sono improvvisamente state rimesse in discussione. Ricchezza, scienza, tecnologia, tutto sembra essere diventato inutile, inadeguato, incapace di far fronte a un’unica minaccia invisibile. L’ economia e la società sono scivolate in un baratro, scoprendosi impotenti di fronte a un nemico naturale troppo a lungo sottovalutato che ha presentato una rivalsa feroce. Angoscia non basta a esprimere come ci si sente, tappati in casa, impotenti, senza più certezze: questo lavoro cerca di esprimere quello che le parole non sono riuscite a descrivere.
Senza confini (2020), olio su tela, 100x150 cm - 

Marzo 2020. Una visione onirica totale, sintesi della libertà assoluta, tanto più necessaria quando anche le mura di casa propria diventano prigione. In un mondo che pare come sospeso, l’universo di ciascuno si è ristretto alle proprie mura domestiche e il solo modo per evadere è con la fantasia. Il surreale, dominio dell’immaginazione, ci viene in aiuto suggerendo con un tuffo anche l’idea di quel movimento che ci è negato- un modo per spiccare il volo e atterrare al di là dell’ostacolo.
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Senza confini (2020), olio su tela, 100x150 cm


Marzo 2020. Una visione onirica totale, sintesi della libertà assoluta, tanto più necessaria quando anche le mura di casa propria diventano prigione. In un mondo che pare come sospeso, l’universo di ciascuno si è ristretto alle proprie mura domestiche e il solo modo per evadere è con la fantasia. Il surreale, dominio dell’immaginazione, ci viene in aiuto suggerendo con un tuffo anche l’idea di quel movimento che ci è negato- un modo per spiccare il volo e atterrare al di là dell’ostacolo.
Deep in my mind (2019), olio su tela, 150x222 cm - 

Con quest'opera ho voluto esplorare con la fantasia l’interno della mente, dove il razionale ‘sano’ e l’irrazionale ‘patologico’ convivono in ogni essere umano. Lo spunto visivo alla base dell’opera è emerso durante la lettura di Dieci giorni in manicomio, interessante reportage della giovanissima Nellie Bly realizzato nel 1887. Tra i molti temi che emergono dal testo, mi ha colpito in particolare l’aspetto del non ascolto / indifferenza: il personale sanitario del manicomio in cui Nelly Bly si era fatta rinchiudere allo scopo di documentare le condizioni di vita delle pazienti non solo non era interessato al benessere delle assistite, ma non teneva minimamente in conto le loro parole, tacciandole inevitabilmente di pazzia. Sia assecondando il comportamento atteso da parte di un folle, sia cercando ragionevolmente di far comprendere l’errore nella diagnosi, per le donne rinchiuse il risultato era sempre lo stesso: prigionia, soprusi, e infine la pazzia vera – indotta però dal “luogo di cura”. In “Deep in my mind” la scena, dalle tinte surreali, si svolge in una sorta di scatola, un edificio fatiscente che richiama le costruzioni fisiche e mentali dietro le quali ci barrichiamo e che ci danno l'illusione di poter vivere tagliando fuori il mondo circostante e tutti i suoi problemi.  Il tuffo ha un duplice richiamo: quello agli “abissi” della mente – un mistero ancora oggi non del tutto chiarito – e quello autobiografico, essendo io la nuotatrice che si tuffa ed avendo in passato sperimentato la sensazione di dover proteggere il mio vero io da chi, vedendo solo la scorza esterna, cercava di convincermi che non ero più padrona dei miei pensieri e desideri.
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Deep in my mind (2019), olio su tela, 150x222 cm


Con quest'opera ho voluto esplorare con la fantasia l’interno della mente, dove il razionale ‘sano’ e l’irrazionale ‘patologico’ convivono in ogni essere umano. Lo spunto visivo alla base dell’opera è emerso durante la lettura di Dieci giorni in manicomio, interessante reportage della giovanissima Nellie Bly realizzato nel 1887. Tra i molti temi che emergono dal testo, mi ha colpito in particolare l’aspetto del non ascolto / indifferenza: il personale sanitario del manicomio in cui Nelly Bly si era fatta rinchiudere allo scopo di documentare le condizioni di vita delle pazienti non solo non era interessato al benessere delle assistite, ma non teneva minimamente in conto le loro parole, tacciandole inevitabilmente di pazzia. Sia assecondando il comportamento atteso da parte di un folle, sia cercando ragionevolmente di far comprendere l’errore nella diagnosi, per le donne rinchiuse il risultato era sempre lo stesso: prigionia, soprusi, e infine la pazzia vera – indotta però dal “luogo di cura”. In “Deep in my mind” la scena, dalle tinte surreali, si svolge in una sorta di scatola, un edificio fatiscente che richiama le costruzioni fisiche e mentali dietro le quali ci barrichiamo e che ci danno l'illusione di poter vivere tagliando fuori il mondo circostante e tutti i suoi problemi. Il tuffo ha un duplice richiamo: quello agli “abissi” della mente – un mistero ancora oggi non del tutto chiarito – e quello autobiografico, essendo io la nuotatrice che si tuffa ed avendo in passato sperimentato la sensazione di dover proteggere il mio vero io da chi, vedendo solo la scorza esterna, cercava di convincermi che non ero più padrona dei miei pensieri e desideri.
Verso la luce (2019), olio su tela, 81x116 cm - 

Questo dipinto nasce da una riflessione sul tema dell'ascesa, che ho scelto di declinare nel mio linguaggio personale partendo da spunti autobiografici. L’ascesa è intrinsecamente legata all’idea di elevazione, in primo luogo fisica - salire verso l’alto - ma anche metaforica - ascendere nel senso di migliorare la propria condizione, di risollevarsi. È su questa seconda accezione del termine che verte il mio lavoro, una rappresentazione metaforica e simbolica del viaggio di miglioramento di se’. "Verso la luce" prende spunto da una situazione reale e normale – una gara di nuoto per salvamento, specialità trasporto manichino – ma la usa come metafora per parlare del grande sforzo necessario a superare le difficoltà e accettare il cambiamento. Ho scelto di snaturare l’ambientazione originaria facendo emergere l’immagine da un fondo nero, dal quale la nuotatrice si allontana con difficoltà ma anche con decisione, dirigendosi dall’oscurità verso acque calme, limpide e luminose. Il suo procedere è reso più difficile dal peso del manichino, cosi come è difficile e faticoso mantenere l’intento di migliorare il proprio stato dovendo sempre combattere contro ricordi e pregiudizi.


Collezione privata (USA)
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Verso la luce (2019), olio su tela, 81x116 cm


Questo dipinto nasce da una riflessione sul tema dell'ascesa, che ho scelto di declinare nel mio linguaggio personale partendo da spunti autobiografici. L’ascesa è intrinsecamente legata all’idea di elevazione, in primo luogo fisica - salire verso l’alto - ma anche metaforica - ascendere nel senso di migliorare la propria condizione, di risollevarsi. È su questa seconda accezione del termine che verte il mio lavoro, una rappresentazione metaforica e simbolica del viaggio di miglioramento di se’. "Verso la luce" prende spunto da una situazione reale e normale – una gara di nuoto per salvamento, specialità trasporto manichino – ma la usa come metafora per parlare del grande sforzo necessario a superare le difficoltà e accettare il cambiamento. Ho scelto di snaturare l’ambientazione originaria facendo emergere l’immagine da un fondo nero, dal quale la nuotatrice si allontana con difficoltà ma anche con decisione, dirigendosi dall’oscurità verso acque calme, limpide e luminose. Il suo procedere è reso più difficile dal peso del manichino, cosi come è difficile e faticoso mantenere l’intento di migliorare il proprio stato dovendo sempre combattere contro ricordi e pregiudizi.


Collezione privata (USA)
Abbandono (2018), olio su tela, 100x150 cm - 

Questa tela è la terza e ultima del progetto sul naufragio che ho preparato per la tesi della laurea triennale. E’ certamente quella che più mi ha segnata dal punto di vista emotivo, ma anche quella che incarna al meglio l’intento dell’intero progetto sul naufragio: è la rappresentazione di cosa accade a ciò che viene lasciato andare alla deriva. In questa piscina i muri si scrostano, la vernice cade come fosse neve, nessuno più gode del piacere del nuoto o dei colori accesi delle pareti: la vasca è ormai dimenticata da tutti e i tempi in cui colore, rumore, calore e movimento ne vivacizzavano gli ambienti sono lontani. Con questo lavoro ho cercato di porre particolare attenzione agli effetti inesorabili del trascorrere degli anni: non c’è stato nessuno che abbia volutamente danneggiato la struttura, essa si è ripiegata su se stessa da sola, vittima di immobilità e abbandono che l’hanno devastata. Questo accade con qualsiasi edificio o costruzione umana, ma in maniera più subdola anche coi sogni che naufragano col passare degli anni: di tutte le speranze coltivate in gioventù, il tempo non arriva a cancellare tutto ma sicuramente deforma i ricordi in modo che di una certa idea o progetto non resta altro che un simulacro. Il dipinto cerca perciò di essere una sorta di anticipazione della deformazione fisiologica che potrebbe subire il mio ricordo degli anni passati a frequentare piscine se il futuro mi porterà a fare scelte differenti: anche in questa scena, immobile in mezzo alla poca acqua sporca rimasta nella vasca, un torpedo agganciato sostiene un manichino – ma è un salvagente ormai inutile perché non è rimasto più niente da salvare.


Collezione privata (ITA)
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Abbandono (2018), olio su tela, 100x150 cm


Questa tela è la terza e ultima del progetto sul naufragio che ho preparato per la tesi della laurea triennale. E’ certamente quella che più mi ha segnata dal punto di vista emotivo, ma anche quella che incarna al meglio l’intento dell’intero progetto sul naufragio: è la rappresentazione di cosa accade a ciò che viene lasciato andare alla deriva. In questa piscina i muri si scrostano, la vernice cade come fosse neve, nessuno più gode del piacere del nuoto o dei colori accesi delle pareti: la vasca è ormai dimenticata da tutti e i tempi in cui colore, rumore, calore e movimento ne vivacizzavano gli ambienti sono lontani. Con questo lavoro ho cercato di porre particolare attenzione agli effetti inesorabili del trascorrere degli anni: non c’è stato nessuno che abbia volutamente danneggiato la struttura, essa si è ripiegata su se stessa da sola, vittima di immobilità e abbandono che l’hanno devastata. Questo accade con qualsiasi edificio o costruzione umana, ma in maniera più subdola anche coi sogni che naufragano col passare degli anni: di tutte le speranze coltivate in gioventù, il tempo non arriva a cancellare tutto ma sicuramente deforma i ricordi in modo che di una certa idea o progetto non resta altro che un simulacro. Il dipinto cerca perciò di essere una sorta di anticipazione della deformazione fisiologica che potrebbe subire il mio ricordo degli anni passati a frequentare piscine se il futuro mi porterà a fare scelte differenti: anche in questa scena, immobile in mezzo alla poca acqua sporca rimasta nella vasca, un torpedo agganciato sostiene un manichino – ma è un salvagente ormai inutile perché non è rimasto più niente da salvare.


Collezione privata (ITA)
Camera di chiamata (2018), olio su tela, 120x100 cm - 

L’inizio di qualcosa di nuovo genera sempre tensione emotiva. Ogni tappa della vita, per piccola o grande che sia, è un camminare sul filo del rasoio tra ciò che si conosce e ciò che si immagina, proprio come avviene ai blocchi di partenza prima di una gara: c’è la consapevolezza del lavoro svolto ma la tensione e l’aspettativa possono crescere fino ad intaccare la fiducia nelle proprie risorse. Ciononostante bisogna mettersi in gioco pur sapendo che il futuro difficilmente sarà proprio come ce lo si aspetta.
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Camera di chiamata (2018), olio su tela, 120x100 cm


L’inizio di qualcosa di nuovo genera sempre tensione emotiva. Ogni tappa della vita, per piccola o grande che sia, è un camminare sul filo del rasoio tra ciò che si conosce e ciò che si immagina, proprio come avviene ai blocchi di partenza prima di una gara: c’è la consapevolezza del lavoro svolto ma la tensione e l’aspettativa possono crescere fino ad intaccare la fiducia nelle proprie risorse. Ciononostante bisogna mettersi in gioco pur sapendo che il futuro difficilmente sarà proprio come ce lo si aspetta.
Il principio di Archimede (2018), olio su tela, 80x120 cm - 

Questa tela è la prima del progetto sul naufragio che ho realizzato per la tesi della triennale nell'autunno del 2018, e si focalizza sul dolore legato al fallimento di progetti di vita futuri. Il titolo dell’opera fa riferimento alla legge della fisica che spiega il perché alcuni oggetti anche molto pesanti galleggiano sulla superficie dell’acqua mentre altri, molto più leggeri in realtà, vanno a fondo. La stessa logica può applicarsi ai casi della vita: a volte ci sono cose che vanno male perché non è proprio possibile arrangiarle in altro modo, nonostante sembrino una buona scelta; sono accordi stonati, abbinamenti sbagliati, sassolini che per quanto paiano leggeri è inutile cercare di far galleggiare. L’opera rappresenta una serie di oggetti nell’atto di affondare o già dolcemente abbandonati sul fondo di una piscina deserta: sono manichini da salvamento, che richiamano l’idea del salvataggio; una pinna, attrezzo in cui potrei identificarmi; e due abiti da sposa, dai riflessi colorati che ne alterano la percezione, segni del naufragio di un futuro che sembrava già delineato. In superficie, invisibile all’occhio ma percepibile in maniera indiretta attraverso l’ombra che si staglia sul fondo, una ciambella vuota: il tentativo di mettersi in salvo c’è stato ma non è andato a buon fine, e ciò che resta sono soltanto gli oggetti, testimoni muti di ciò che è accaduto.
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Il principio di Archimede (2018), olio su tela, 80x120 cm


Questa tela è la prima del progetto sul naufragio che ho realizzato per la tesi della triennale nell'autunno del 2018, e si focalizza sul dolore legato al fallimento di progetti di vita futuri. Il titolo dell’opera fa riferimento alla legge della fisica che spiega il perché alcuni oggetti anche molto pesanti galleggiano sulla superficie dell’acqua mentre altri, molto più leggeri in realtà, vanno a fondo. La stessa logica può applicarsi ai casi della vita: a volte ci sono cose che vanno male perché non è proprio possibile arrangiarle in altro modo, nonostante sembrino una buona scelta; sono accordi stonati, abbinamenti sbagliati, sassolini che per quanto paiano leggeri è inutile cercare di far galleggiare. L’opera rappresenta una serie di oggetti nell’atto di affondare o già dolcemente abbandonati sul fondo di una piscina deserta: sono manichini da salvamento, che richiamano l’idea del salvataggio; una pinna, attrezzo in cui potrei identificarmi; e due abiti da sposa, dai riflessi colorati che ne alterano la percezione, segni del naufragio di un futuro che sembrava già delineato. In superficie, invisibile all’occhio ma percepibile in maniera indiretta attraverso l’ombra che si staglia sul fondo, una ciambella vuota: il tentativo di mettersi in salvo c’è stato ma non è andato a buon fine, e ciò che resta sono soltanto gli oggetti, testimoni muti di ciò che è accaduto.
After training (2017), olio su tela, 50x50 cm - 

Fatica. Soddisfazione. Disordine. E finalmente riposo. È l’atmosfera che si respira alla fine di un duro allenamento: la vasca si svuota e sul bordo restano ammassati tutti gli attrezzi che nel poco tempo concesso dall’allenatore tra un lavoro e l’altro hai preso e messo rapidamente da parte. After training è il primo lavoro in cui ho iniziato a usare l'universo del nuoto come linguaggio visivo. Pur essendo ancora molto legato al reale, è efficace nel comunicare lo stato di sbandamento e incertezza in cui mi trovavo attraverso la moltitudine di oggetti abbandonati alla rinfusa sul bordo vasca di una piscina, come se un’ ipotetica marea li avesse sospinti verso riva e ammassati sulla spiaggia.
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After training (2017), olio su tela, 50x50 cm


Fatica. Soddisfazione. Disordine. E finalmente riposo. È l’atmosfera che si respira alla fine di un duro allenamento: la vasca si svuota e sul bordo restano ammassati tutti gli attrezzi che nel poco tempo concesso dall’allenatore tra un lavoro e l’altro hai preso e messo rapidamente da parte. After training è il primo lavoro in cui ho iniziato a usare l'universo del nuoto come linguaggio visivo. Pur essendo ancora molto legato al reale, è efficace nel comunicare lo stato di sbandamento e incertezza in cui mi trovavo attraverso la moltitudine di oggetti abbandonati alla rinfusa sul bordo vasca di una piscina, come se un’ ipotetica marea li avesse sospinti verso riva e ammassati sulla spiaggia.
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https://www.sofiafresia.it/pools-p21398

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